Il tema della pace è oggi al centro del dibattito pubblico globale, in un contesto internazionale attraversato dal ritorno della guerra come strumento ordinario di gestione dei conflitti e dalla crisi dell’ordine multilaterale. Il ciclo Pace affronta il tema da diverse prospettive complementari (cristiana, comparata tra Oriente e Occidente, filosofico-politica, femminile, letteraria) offrendo una mappa ampia e multidisciplinare al fine di comprenderne le dimensioni culturali, religiose, filosofiche, antropologiche e politiche. Il ciclo ha l'obiettivo di fornire strumenti critici per interpretare gli effetti dei conflitti su individui e comunità e per sostenere pratiche di dialogo, riconciliazione e coesione sociale.
Nella lezione Il pensiero cristiano sulla pace Agostino Giovagnoli ricostruisce l’evoluzione del concetto di pace nella tradizione cristiana, dalle radici evangeliche fino ai grandi momenti del pacifismo cattolico contemporaneo. Vengono analizzati gli snodi storici cruciali, come la posizione di Benedetto XV sulla Prima guerra mondiale, l’elaborazione dottrinale di Pacem in terris, la spinta dialogica di Giovanni Paolo II, e le posizioni di Papa Francesco e di Leone XIV di fronte ai conflitti attuali. La pace non è intesa solo come assenza di guerra, ma come struttura spirituale e sociale che unisce interiorità, ordine comunitario e responsabilità universale dell’umanità.
Gian Pietro Comolli in Pace: Oriente e Occidente indaga in una prospettiva comparata come differenti tradizioni religiose e culturali – ebraismo, cristianesimo, induismo, buddhismo – abbiano sviluppato nel corso della storia modelli di contenimento della violenza e di costruzione della pace. Attraverso antropologia, storia delle religioni e filosofia morale, emerge il paradosso per cui cooperazione e conflitto condividono una stessa radice evolutiva: i gruppi umani proteggono la propria sopravvivenza ma cercano anche vie per limitare la distruzione. Dal monachesimo cristiano ai percorsi ascetici indiani, fino alla meditazione buddhista, la lezione confronta le diverse strategie culturali che hanno tentato di trasformare la guerra in spazio di responsabilità etica.
Roberto Peverelli in Kant e la pace perpetua offre una rilettura in chiave contemporanea del pensiero di uno dei più grandi filosofi occidentali, collocandolo tra le guerre del Settecento e la crisi odierna dell’ONU. Attraverso i concetti di foedus pacificum, diritto cosmopolitico e repubblicanesimo, viene analizzato il pacifismo giuridico come dispositivo politico capace di arginare la violenza tra gli Stati. La riflessione si estende al tema dell’“insocievole socievolezza” e alla fiducia (o sfiducia) nel progresso morale dell’umanità, interrogando i limiti e le possibilità del pacifismo istituzionale nel mondo contemporaneo.
La lezione di Francesca Rigotti, La pace nel pensiero filosofico femminile, esplora il contributo di alcune pensatrici – da Rachel Bespaloff a Simone Weil – alla riflessione su pace, guerra e natura umana. Lungi dall’essere pacifiste per essenza, le filosofe mostrano sensibilità e prospettive divergenti: Bespaloff legge l’Iliade come testimonianza della necessità tragica della guerra, Weil come denuncia della forza che annienta l’umano. La lezione inserisce queste posizioni nel dibattito più ampio sulla natura umana (tra Hobbes, Rousseau, Sadun Bordoni e Pinker) e sul ruolo del conflitto nella storia, aprendo la questione se la guerra sia destino antropologico o forma storica superabile.
In La pace negli scrittori italiani del dopoguerra Maria Anna Mariani ripercorre come intellettuali e scrittori italiani del dopoguerra hanno affrontato il tema della pace. Dal dibattito sorto nella redazione Einaudi del 1963 sul Peace Speech di Kennedy emergono tensioni tra fiducia e scetticismo verso la retorica pacifista, mentre la posizione dell’Italia nella guerra fredda appare segnata da una “zona grigia” di corresponsabilità. Vengono analizzate voci come quelle Primo Levi, Franco Venturi e Carlo Cassola, sui rischi congiunti della minaccia atomica ed ecologica; mentre Italo Calvino, con le Cosmicomiche, propone uno sguardo anticonvenzionale che immagina mondi senza uomini per interrogare la fragilità dell’umano.